trovare un lavoro, farsi una famiglia, avere dei figli, accendere un mutuo, comprare casa.

Quando ne salti uno, o più d’uno, sei guardato con sospetto. Ti chiedono il perché, anche se in realtà non gliene frega nulla. Per loro è come se a un certo punto ti fossi fermato. E fermarsi non è solo un male: è il male.

Nel tempo del perenne movimento, dove ti vorrebbero perfino insegnare come dormire meno per continuare a produrre di più, chi si ferma — o è costretto a saltare un passaggio — deve quasi giustificarsi per non aver realizzato un suo progetto.

Perfino la psicologia, che dovrebbe prendersi cura della tua fragilità, ha spesso questa ossessione della crescita continua, dell’evoluzione rapida. Altrimenti sei “disfunzionale”.
Salti un passo e devi spiegarti.

Succede su tutto. Anche se dici che non vuoi comprare casa, ti chiedono il perché e il percome. In fondo “tutti comprano casa”, costruiscono una “solida realtà”. Perché gli altri sì e tu no?
Vuoi davvero restare nel limbo della vita irrisolta?

Prima che te la ponga tu la domanda, te la fanno gli altri. Così tante volte che alla fine ti si plasmano i neuroni. Finisci per fartela da solo, ossessivamente, fino a sentirti in credito con il mondo per ciò che gli altri hanno avuto e tu no.

E se non hai nemmeno una discendenza a cui lasciare quella benedetta casa, devi giustificarti pure del perché non vuoi possederla.

La frase classica è:
“Tu non puoi capire perché non hai figli.”

È un disconoscimento della tua maturità. Un modo per dirti che non sarai mai un individuo completo, che resterai sempre un gradino sotto. E se non lo sei, peggio per te: peggio per te che non sai metabolizzare la gioia degli altri, che non sai trovare il buono in quello che hai.

Perché mentre gli altri celebrano pancioni, promozioni, mutui e case, sono gli stessi che poi ti spiegano che accontentarsi è il male. Se trovi il buono in ciò che hai, stai mentendo a te stesso. Sei una personcina piccola piccola.

La verità è che io, che figli non ne ho avuti, ne ho sofferto. E tanto.
Ho sofferto io, non solo la mia donna. Solo che la sua sofferenza è stata riconosciuta, accettata, ritenuta legittima. La mia no.

Io ero l’uomo.
E quindi non c’entravo nulla.

Se la mia donna soffriva, io dovevo sostenerla. E l’ho fatto. Eccome se l’ho fatto.