Stamattina vado da un cliente per la solita manutenzione degli apparecchi in ufficio. Mi conoscono da anni, quindi è la routine di sempre: entro, saluto, facce note, battute di circostanza e quell’odore tipico da “qui si lavora tanto ma si vive poco”.
Il gerente è impegnato, quindi mi parcheggio nell’anticamera del nulla, dove le sedie hanno visto più attese che emozioni. Nel frattempo scambio due parole con la segretaria: frasi da corridoio, quelle che non dicono niente ma ti fanno sembrare una persona sociale.
“Com’è andato il weekend?”
“Eh, tranquillo.”
“Che freddo oggi.”
“Già, non se ne esce.”
Lei sorride, io sorrido, perché siamo adulti funzionali: ci sorridiamo come si sorride a un ascensore che arriva.
Faccio il lavoro, sistemo, controllo, firmo, saluto tutti come si saluta una famiglia che non è la tua ma ti vede più spesso di certe zie. Mi avvio verso la porta, con la mente già sulla lista “prossima manutenzione / prossima rottura / prossimo santo da invocare”.
E proprio quando sto per attraversare il varco della libertà… sento dietro di me il passo.
Non il passo “ti saluto, grazie”.
Il passo “vieni un attimo”.
È lui: il capo. Quello che controlla anche l’aria che respiri, il termostato, il volume delle risate, la quantità di entusiasmo consentita in azienda. Quello che se un giorno inventassero un’app per monitorare i pensieri, la installerebbe a tutti “per motivi di efficienza”.
Mi prende in disparte, con la delicatezza di chi ti sta per chiedere una cosa che nella sua testa è normalissima.
“Posso dirti una cosa?”
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