Io annuisco. E già sento la sirena in lontananza: uuuuuh, uuuuuh.

Fa un mezzo sorriso, quel sorriso finto cordiale da “io sono una persona pragmatica”.

“Ho notato che con te lei è sempre sorridente.”

Io: …ok?
Dentro di me: non dirmi che adesso devo fare da psicologo aziendale, ti prego.

E infatti continua, senza prendere fiato, come se stesse commentando il meteo.

“Con noi invece, da quando si è lasciata col fidanzato, è intrattabile. Sono due mesi che qui è un inferno.”

Io faccio la faccia educata da tecnico: quella neutra, quella che potrebbe significare “capisco” ma anche “sto pensando alle viti”.

E mentre annuisco, sento già arrivare la frase dopo. La percepisco nell’aria, come quando senti il vicino che sta per starnutire e sai che non userà il gomito.

E infatti.

“Potresti farci un favore?”

E qui il mio cervello fa: no.
Il mio corpo fa: sì, certo. (perché è addestrato a sopravvivere nel mondo del lavoro)

Lui si avvicina un pelo, come per confidarmi un segreto importantissimo. E lo dice con tono serio, manageriale, da “stiamo risolvendo una criticità operativa”.

“Invitala fuori.”

Io lo guardo.

Lui, convinto di aver trovato la soluzione del secolo, aggiunge anche l’upgrade, perché l’uomo moderno non si accontenta: deve ottimizzare pure le emozioni altrui.

“Così si distrae… magari si rilassa… e noi torniamo a lavorare tranquilli.”

Dentro di me, l’affanculo educato ha preso forma definitiva.

Ovviamente ho rifiutato.