Giovanna una volta aveva una pasticceria, ora pulisce per 7 euro l’ora. Non diresti mai che è una persona che ha ricevuto colpi duri dalla vita: è sempre solare e mi accoglie con un calore commovente. Mi insegna il lavoro con grinta e spirito, ed è subito entusiasta di me. Il primo giorno sono arrivata addirittura in anticipo.
Per me è normale voler fare bene e dare una bella impressione da subito, ma evidentemente sono una mosca bianca, a giudicare dal suo entusiasmo.

Pulire non è il mio forte, ma lei mi fa sentire il top. Questa cosa mi stride un po’ e cerco di capire meglio. La figlia partorirà a breve, dopo una gravidanza difficile, e Giovanna vorrebbe potersi ritagliare un po’ di tempo per sé. Finora però non era arrivato nessuno di affidabile e il marito, che sta combattendo contro un brutto male, non riesce più ad aiutarla come prima.

Duro una settimana in quella ditta di pulizie, perché mi danno 7 euro l’ora a fronte di una disponibilità praticamente totale: se qualcuno sta male, tu devi essere pronta a sostituirlo. In più fanno pressioni perché io vada fino a Milano quando serve, circa un’ora di macchina, senza contare il parcheggio. Poi arriva l’offerta di lavoro che credevo mi avrebbe sistemato: fabbrica, turni, e uno stipendio (per me) da favola.

Mi sento così in colpa nei confronti di Giovanna che ci metterò mesi a restituirle la chiavetta delle macchinette che mi aveva generosamente dato, accompagnando la restituzione con parole di rammarico per averla lasciata così di fretta.
Sì, perché la fabbrica vuole che io cominci nel giro di un giorno, senza nemmeno il tempo di dare il preavviso.

Comincio il nuovo lavoro al pomeriggio e, siccome la mattina facevo già un altro lavoro che avrei lasciato solo una volta diventato sicuro quello in fabbrica, arrivo stanca. Vorrei solo buttarmi a letto, invece mi faccio forza. Il nastro trasportatore però porta la merce a un ritmo serrato che dilata il tempo: ogni volta che guardo l’orologio sono passati solo pochi minuti.