E la giornata, tra l’altro, è bellissima. Location stupenda, pranzo favoloso, tutto curato, atmosfera perfetta. Io mi diverto, mi emoziono, sono contenta per lei. La abbraccio, facciamo le foto, le dico che è radiosa. Insomma: un matrimonio riuscito, di quelli che ti rimangono addosso in modo positivo.

Poi passano due giorni. Due. E mi arriva la versione alternativa della favola.

Se ne esce dicendo che sono stata una “pidocchia pulciara”, che lei “a testa” ha speso 180 euro e non ci è rientrata nemmeno della metà, che “il tuo compagno non doveva venire” (come se io avessi portato un intruso al tavolo dei grandi), e che mi avrebbe “svergognata nel gruppo di amici”. Così. A freddo. Dopo che fino a 48 ore prima andava tutto benissimo e io ero “importantissima” perché ero lì.

E lì, sinceramente, mi si è chiusa la vena. Perché una cosa è essere trasparenti sui costi e dire prima “Guarda che abbiamo messo una quota minima” oppure “Per noi sarebbe importante almeno X”. Ma questo non era successo. Lei mi aveva letteralmente detto di non preoccuparmi della cifra, che le interessava la presenza. E allora deciditi: o mi vuoi davvero perché sono la tua amica, oppure mi vuoi perché ti serve rientrare delle spese. Le due cose insieme, con la minaccia di sputtanarmi in pubblico, anche no.

Io le ho risposto che con quell’atteggiamento da arraffona la poraccia è lei, non io. Che se inviti le persone e poi fai i conti come al ristorante dividendo fino all’ultimo centesimo, allora non stai facendo un matrimonio: stai facendo una raccolta fondi con bomboniera inclusa. E già che c’ero, visto che aveva deciso di giocare sporco e umiliarmi, le ho detto anche il resto: