Io, che già detesto le occasioni che mi obbligano a comprare vestiti nuovi — figurarsi d’estate — dopo una serie di sbuffi, imprecazioni e negozi visitati controvoglia, mi adeguai.

Arrivammo alla masseria persa nel nulla già sudati, appiccicosi e spiritualmente provati. Trentasei gradi alle tre del pomeriggio: l’orario ideale per una cerimonia estiva, ovviamente.

Qualcuno, di nascosto, si era tolto le scarpe. Forse non agli occhi, ma sicuramente ai nasi.

I genitori della sposa, contrari al matrimonio, sembravano non volersi presentare. Illusione durata poco.

Entrarono in scena dieci minuti prima dell’inizio, vestiti da perfetti turisti americani: marsupio, camicia tropicale, Birkenstock. Il padre sfoggiava come cintura una cinghia da portapacchi. Un tocco di classe.

Seguì un battibecco con lo sposo, perché i due pretendevano giustamente la prima fila, costringendo tutti i già seduti a scalare di posto come a Tetris.