All’improvviso, così, senza motivo apparente, se ne esce con una frase palesemente omofoba, detta con leggerezza, come se fosse una battuta innocua.

Provo a farglielo notare, a spiegargli.

Lui raddoppia.

Ed ecco che in due messaggi crolla tutto: maschilismo, giudizio, chiusura mentale ben nascosta sotto una patina di parole giuste.

Vabbè, sfan(ulato pure lui.

A questo punto mi fermo un attimo.

Guardo la chat vuota, il telefono spento sul tavolo, e mi chiedo se il problema sia davvero la sfortuna o semplicemente il fatto che io non abbia più voglia di accontentarmi.

Forse non sto chiedendo troppo.

Forse sto solo chiedendo il minimo: rispetto, coerenza, un briciolo di intelligenza emotiva.

E mentre lo penso, mi rendo conto che ogni “vaffanculo” detto al momento giusto è stato, in realtà, un piccolo atto d’amore verso me stessa.