Lui non ha mai avuto voglia né intenzione di “rendersi vulnerabile”: era una persona abituata da sempre a stare sola, un vero analfabeta emotivo, totalmente incapace di riconoscere e gestire i sentimenti, di pensare per due. Finiva sempre per mettermi in fondo alle sue priorità.
Il mio grande amore per lui era, in fondo, d’intralcio al suo progetto di vivere la vita senza aver bisogno di nessuno.
Eppure, allo stesso tempo, se provavo ad allontanarmi non mi lasciava andare.
Non si è mai capito davvero se mi abbia mai amata. Riusciva solo a dire che eravamo “addicted to each other”, che perdersi non aveva senso.
Io, dall’altra parte, provavo in ogni modo a “insegnargli l’amore”, a fargli capire che per noi due, per ciò che avevamo, valeva la pena correre il rischio di mettersi a nudo, di smussare gli angoli dei nostri modi di vivere.
Lo vedevo vacillare ogni tanto, ma poi nulla cambiava davvero.
Così un giorno, stanca di liti, lacrime e incomprensioni, raccolsi tutte le mie forze e lo lasciai andare, nonostante lo amassi profondamente. È stata la cosa più difficile che abbia mai fatto nella vita, più del cancro che ho dovuto poi combattere.
Andammo avanti con le nostre vite e, dopo un periodo di silenzio forzato, riuscimmo a ricostruire un rapporto civile e affettuoso, con le dovute distanze: tanti messaggi, qualche caffè ogni tanto.
Con enorme fatica imparai a volergli bene e basta.
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