Quello che resta di un grande amore irrisolto

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Nel 2015 sono rientrata in Italia e, nonostante questo, non ci siamo mai persi del tutto. Ogni tanto, dal nulla, lui mi manda qualche vecchia foto o frasi tratte dalle mie lettere. Io, per vari motivi, torno nella sua città circa una volta all’anno e in quelle occasioni troviamo sempre il modo di vederci.
Anche durante i quattro anni in cui ero felicemente fidanzata con quello che credevo l’uomo della mia vita, ho sempre avuto piacere a passare del tempo con lui, senza secondi fini.

Quando ci vediamo chiacchieriamo e basta. Non ci sono mai state ricadute.
Ma ogni volta gli leggo negli occhi che non gli sono indifferente, che quel qualcosa di speciale tra noi è ancora lì, sepolto da qualche parte. E io ammetto che lui mi fa sempre un certo effetto.

Non mi parla mai di altre donne (non ha mai più avuto storie importanti) ed è palesemente irritato quando gli parlo di altri uomini. E poi, puntualmente, scappa via con scuse banali.

Scrivo oggi perché da quando l’altra mia storia importante è finita — due anni e mezzo fa — e nonostante abbia una vita piena e tante distrazioni, ci sono momenti in cui non riesco a smettere di pensare a lui. Mi chiedo se ci siano ancora cose da dire. A volte diventa un’ossessione.

C’è una parte di me che dice che la vita è una sola e che forse, a prescindere dal risultato, dovrei dirgli come mi sento: chiedergli se gli capita di ripensare a noi e se, finalmente, ha capito cosa provasse davvero. Anche rischiando che mi rida in faccia, perché lui di sentimenti non sa parlare.

Un’altra parte, invece, mi dice di non voltarmi indietro. Che dodici anni fa, nonostante tutto l’amore del mondo, non aveva funzionato e io ne ero uscita distrutta. Che andare a risvegliare un sentimento così pericoloso non ha senso, soprattutto adesso che siamo a migliaia di chilometri di distanza.

E quando penso e sento cose che non riesco a mettere in ordine, mi sento un patetico caso umano.

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Claudio Michelizza

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