Sette euro l’ora e i sogni in pausa caffè

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«Lo faccio per mia figlia, per la mia famiglia, per provvedere finalmente a quello che non sono riuscita a dare finora», mi ripeto, cercando di non soffermarmi su quanto sia alienante quel lavoro.

Il giorno dopo, mentre vado in pausa, la responsabile mi prende da parte e mi dice che non ho superato il periodo di prova. Nemmeno il tempo di prendere le misure con il nuovo ambiente.
Mi crocifiggo mentalmente, mi do della fallita. Per fortuna, negli spogliatoi incontro una ormai ex collega che trasecola anche lei e mi dice che per imparare serve tempo. La sua reazione sarà un’ancora di salvezza per la mia autostima nei mesi a venire.

Ora non ho più nemmeno il lavoro di pulizie, pur se a soli 7 euro l’ora. Mannaggia a me che ho pensato di poter valere di più.

Passano quasi due mesi, anche il lavoro del mattino implode su se stesso e io ne raccolgo i cocci. Alla fine trovo lavoro in un call center. Da ragazzina ci ho lavorato tantissimo: a Milano era l’unica cosa che trovavo, quindi ho una certa esperienza.

Comincio con una voglia tale di dimostrare che merito di stare lì, che chiudo il mese con 14 appuntamenti presi. La media è sei.

Non sono più abituata a lavorare in ufficio. Mi ritrovo quasi istintivamente a contare i minuti che mi separano dalla pausa o dalla fine della giornata, mentre faccio una telefonata dopo l’altra, rifiuto dopo rifiuto.

Mi torna in mente il personaggio interpretato da Will Smith ne La ricerca della felicità, che non riattaccava nemmeno la cornetta ma abbassava con la mano la levetta per staccare la chiamata, così era già pronto a comporre il numero successivo. Ai tempi lo facevo anche io. Ora le cornette non esistono più, il telefono è virtuale, ma la mia grinta è la stessa.
È curioso come quell’uomo, una storia vera, abbia poi avuto il successo di cui aveva tanto bisogno. Io no.

Devo fare i numeri che chiedono o perderò anche questo lavoro, e per farli l’unica è chiamare tantissimo. Ovviamente il mio successo scatena l’invidia di una collega in particolare, creando un sottotono di aggressività passiva e insinuazioni sul fatto che io rubi appuntamenti.
Eppure io non rubo niente a nessuno. Cerco solo di stare a galla, rinunciando alle mie velleità lavorative, naufragate miseramente, combattendo contro il mio senso di inadeguatezza — o meglio, contro la convinzione di essere un re Mida al contrario, quello che trasforma tutto in macerie.

Conto i secondi tra una pausa e l’altra, passando da un telefono sbattuto in faccia a un:
«Buongiorno, sono xx, posso parlare con il titolare?»

E di nascosto, tra una pausa caffè e l’altra, mi chiedo come si faccia a vivere di quotidianità rinunciando ai propri sogni. Anche la mia team leader sognava tutt’altro, ma ha dovuto rinunciare: aveva bisogno di uno stipendio sicuro, ogni mese.

Ripenso a Giovanna, che a sessant’anni pulisce ditte e case altrui senza potersi permettere il lusso di un congedo retribuito. Ripenso a tutte le colleghe con cui non ho mai legato, perché non ci siamo capite o perché spinte in una triste e inutile guerra tra poveri.

In Momo, lo spazzino Beppo, corrotto dal potere dei Signori Grigi, si mette a spazzare furiosamente, sempre di corsa, fino al punto che Momo, un giorno, vedendolo da dietro, non lo riconosce più: il suo amico non lavorava così.

Noi siamo tutti Beppo.
E Momo resta un capolavoro senza tempo ❣️

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Claudio Michelizza

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