C’è un momento, prima o poi, in cui smetti di cercare alibi e ti guardi allo specchio con una sincerità quasi brutale.
E a quel punto pensi: forse il caso umano sono io.
Ho trent’anni e porto addosso esperienze relazionali così intense, così sbilancianti, da aver riscritto da zero le mie esigenze emotive. Non riesco più a fingere interesse per ciò che è leggero, ripetitivo, vuoto. E questo rende il novantanove per cento delle persone che incontro irrimediabilmente noioso ai miei occhi. Non per arroganza, ma per fame.
Ho fame di profondità.
Ho bisogno di conversazioni che nutrano, non di parole che riempiano il silenzio. Voglio parlare per alimentare la mia curiosità verso la vita, non per sopravvivere a un caffè. Non mi interessano le chiacchiere effimere: voglio dialoghi sulle lingue che non conosco, sulla spiritualità, sulle energie invisibili che muovono le persone, sui comportamenti emotivi che ci rendono ciò che siamo.
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