I corridori occasionali (quelli che pensano “devo dimagrire, vado a correre”, lo fanno due volte e poi, pur di non dover ripetere l’esperienza, si farebbero gambizzare) si muovono come delle ballerine. Mentre corrono fanno ondeggiare braccia e anche come in uno stacchetto di Striscia la Notizia e soprattutto si vestono come capita, con scarpe scelte a caso – basta che siano da ginnastica – e in inverno si intabarrano come se dovessero invadere la Russia.

I corridori professionali invece sono abbigliati tecnicamente di tutto punto, di solito con pantacollant che farebbero invidia a un ballerino di danza classica, e hanno un’andatura controllata.

Chi non corre non può saperlo, ma tra i runners c’è un tacito accordo di amicizia non richiesta: anche se non si sono mai visti prima, due runners che si incontrano lungo il tragitto si salutano. Dopo quindici anni ancora non mi sono abituata a questa cosa. Ogni volta che sento un “ciao” sfuggente passo i successivi cinque minuti a chiedermi: “ma chi caxxo era?”.

Nessuno. Non era nessuno. Solo uno che condivide con me questa attività infame. Lui molto probabilmente la farà con grande passione, sarà uno di quelli che corre con gli amici, che fa le maratone. Mica lo sa che io, dentro al mio cuore, ad ogni chilometro bestemmio. Mica lo sa che non c’è alcuna traccia di passione in me per questa attività infausta, che ogni volta prima di uscire devo fare appello a tutta la mia buona volontà, che lo faccio solo per non diventare larga come un pozzetto refrigerato e riuscire ancora a passare dalle porte.

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Claudio Michelizza

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