Io, invece, dentro sto collassando.

Sorrido in modo strano, saluto tutti velocemente e me ne vado come se avessi appena commesso un reato minore.

Torno a casa con il telefono in mano.

Modalità attesa attivata.

Controllo le notifiche ogni tre minuti.
Poi ogni due.
Poi ogni trenta secondi.

Niente.

Passano le ore.
Niente.

Passano i giorni.
Niente.

Passano le settimane.
Ancora niente.

Inizio a giustificare il silenzio in ogni modo possibile. Magari non l’ha aperto. Magari l’ha perso. Magari è fidanzata. Magari è sposata. Magari è felicemente impegnata. Magari ha pensato: “Ma questo è scemo”.

E piano piano arriva l’autoflagellazione.

“Ma davvero pensavi potesse funzionare? Ma chi ti credi di essere?” Brad Pitt? Ryan Gosling? No, sei uno che chiede post-it negli studi commercialisti.”


Ripenso alla scena cento volte. Al mio tono, alla faccia, al biglietto, al silenzio. A tutto. E ogni volta mi sento un misto di tenerezza, vergogna, romanticismo maldestro e imbarazzo cronico.

Poi, però, mi rendo conto di una cosa.

Non sono un caso umano perché ci ho provato.
Sono umano perché ci ho creduto.

Per cinque minuti ho pensato davvero che potesse nascere qualcosa. Senza app, senza swipe, senza filtri. Solo con un bigliettino e un po’ di coraggio mal gestito.

Non è successo nulla.
Non è nata nessuna storia.
Non c’è stato nessun lieto fine.

Ma almeno non sono andato via senza tentare.

E in un mondo in cui tutti hanno paura di esporsi, forse anche fare una figuraccia così… è già una piccola vittoria.